Per blog13Riporto il discorso che nel 2008 il Patriarca di Venezia, Angelo Scola, rivolse al sindaco di Venezia e al personale sanitario nel nuovo ospedale “dell’Angelo” di Mestre, in occasione della collocazione della statua – simbolo nel vasto atrio d’ingresso dell’ospedale. Lo scopo è di mettere a disposizione del pubblico un documento storico probabilmente irreperibile da altre fonti. Inoltre, esso offre una buona riflessione, che potrebbe essere utilmente sviluppata, anche in modo dialettico. Concludendo, probabilmente tutti concordi, che dedicare un luogo di cura all’angelo significa perlomeno onorare con questo simbolo la pulsione filantropica, che caratterizza il buon agire in ambito sanitario.

Riassunto del discorso inaugurale

In ogni domanda di salute, che cerca risposta nella Medicina, vi è sempre una domanda di salvezza, che trova la migliore risposta nel divino, di cui la figura dell’angelo è un simbolo. Nella prosperità l’uomo si adagia su un livello inferiore di coscienza e, non avanzando una domanda di salvezza, non entra in sintonia con Dio. Aver posto l’ospedale di Mestre sotto la protezione dell’Angelo nobilita il significato dell’azione sanitaria, ricordando che essa è parte di un più ampio progetto divino per condurre l’uomo, che sperimenta la malattia, all’incontro con l’umanità tramite una domanda di salute, ma anche per condurlo a incontrare Dio con una domanda di salvezza. 

Discorso del Patriarca di Venezia Angelo Scola in occasione dell’inaugurazione della statua “Angelo” nell’ospedale dell’Angelo

“Anch’io aggiungo il mio augurio per questo nuovo cammino che la sanità della nostra grande città policentrica intraprende con questa nuova struttura.

La scelta di dedicare questo ospedale all’angelo sembra a me particolarmente felice, perché oggi è la festa dell’Angelo Custode. Tutti i grandi padri della Chiesa ci dicono che l’angelo vive contemplando direttamente la faccia di Dio e quindi non ha bisogno di avere un nome, perchè, perduto nell’infinità di Dio, si confonde e si immedesima con Dio. Egli assume un nome solo quando è mandato da Dio nel mondo per svolgere una missione: Michele, Raffaele, Gabriele… La scelta di lasciare senza nome l’angelo – al quale è dedicato questo ospedale – sottolinea che ognuno di noi ha il suo angelo custode con la missione di prendersi cura di noi.

E quando abbiamo bisogno di cura in maniera eminente?

Sempre, ovviamente, ma particolarmente nella malattia.

Sono molto grato, come Patriarca, per questo invito a benedire l’ospedale attraverso il simbolo dell’Angelo, perché, come ho compreso visitando gli ammalati nelle case durante le mie visite pastorali, in ogni domanda di salute, che cerca risposta nella Medicina, vi è sempre una domanda di salvezza, che trova la migliore risposta nel divino, di cui l’angelo è simbolo. Nella malattia l’uomo è come messo con le spalle al muro e le grandi questioni della nostra esistenza si manifestano in maniera bruciante: “chi sono”, “da dove vengo”, “dove vado”, “cosa sarà di me dopo la morte”, “cosa vuol dire amare, soffrire, lavorare”… tutto questo viene a galla in maniera molto cruda. Nella prosperità invece, come dice il Salmo, l’uomo non comprende, è come gli animali che periscono. Non avanzando una domanda di salvezza, non trova salvezza.

Ecco perché mettere questo luogo di cura sotto la protezione dell’Angelo ricorda che l’azione sanitaria è parte di un più ampio progetto divino, per condurre l’uomo nella malattia a una domanda di salute, che trova risposta negli uomini, ma anche per condurlo a una domanda di salvezza, che lo mette in sintonia con Dio. Tutti noi ci auguriamo che l’attività sanitaria di questo ospedale si svolga al meglio delle possibilità, valorizzando tutto ciò che il binomio scienza-tecnologia ci può fornire oggi, per migliorare la qualità della nostra vita.

Ringrazio veramente di cuore tutti quelli che hanno posto nella nostra grande Venezia questo ulteriore segno di civiltà e di cultura e che non hanno voluto dimenticare la radice cristiana della nostra terra, aperta a un sincero dialogo con religioni e culture diverse.”