di Enrico Ganz

Tra gli attuali rischi del camminar per boschi non vi è solo l’attacco da parte di animali, che i nostri progenitori per qualche fondato motivo avevano provveduto a eliminare a colpi di fucile, ovvero orsi e lupi, ma anche, non poco temibile, l’attacco di un piccolo artropode, la zecca. Esistono numerose specie di zecca, tra le quali troviamo l’Ixodes ricinus, che vive sulle superfici del sottobosco e che è in grado di attaccarsi alla nostra cute, qualora non sia stata adeguatamente protetta dal vestiario. In una percentuale di casi, variabile secondo area geografica,, l’I. ricinus è infettata da un batterio, la Borrelia burgdorferi e può in questo caso trasmetterlo all’ospite per via orale, dopo averne lesionato la cute con il suo morso. Nell’uomo l’immissione della Borrelia burgdorferi nel torrente ematico causa la malattia di Lyme, caratterizzata da una subdola e lenta evoluzione, nel corso della quale sono arrecati danni al sistema nervoso e ad altri organi. Chiunque può trovare in Internet ampia documentazione su questa malattia. 

Scopo di questo scritto è unicamente di riportare uno specifico appunto sulla gestione del morso di zecca. Infatti, se è ben chiara l’importanza di una specifica profilassi antibiotica, per prevenire la malattia di Lyme, sembra invece problematica la modalità per rimuovere la zecca adesa alla cute.

In cosa consiste il problema?

L’artropode è tenacemente agganciato con il suo rostro alla cute; talora la sua testa può essere affondata sotto il piano cutaneo. In questa situazione si ritiene che in corso di incaute manovre di rimozione la zecca possa regurgitare secrezioni; qualora presente nelle secrezioni, la Borrelia colonizza il tessuto sottocutaneo ed entra nel torrente ematico. 

Come procedere per la rimozione della zecca dalla cute, riducendo il rischio di un regurgito? 

Pubblicazioni scientifiche(1,2) e numerosi articoli divulgativi raccomandano di evitare non solo manovre meccaniche grossolane con le dita, con pinze o con bastoncini, ma anche l’utilizzo del calore generato da mozziconi di sigaretta e accendini, come pure l’applicazione di sostanze volatili, quali alcool, esano, etere. Infatti, questi metodi favoriscono il temuto regurgito. La zecca dovrebbe essere invece rimossa cautamente con una piccola pinzetta, evitando compressioni sul suo corpo. 

Il razionale di questa accuratezza nel rimuovere la zecca, per ridurre al minimo la possibilità di un’infezione da Borrelia, è fondato sul rischio della sindrome della malattia di Lyme post trattamento (PTLDS), che si manifesta in alcuni soggetti infettati nonostante un’apparente adeguato trattamento antibiotico. 

Ben si comprende che la rimozione meccanica di una zecca vitale ha un’efficacia che è operatore dipendente. Inoltre, la procedura è “time consuming” e non vi potrà mai essere alcuna certezza di aver evitato il regurgito di secrezioni infette. 

Sorprende quindi che non sia consigliato un metodo molto semplice, sicuro e rapido, da me  ideato nel 1998 e adottato in almeno sei occasioni nel corso di molti anni, ogni qualvolta che per questo problema mi è stata richiesta una valutazione chirurgica in un Pronto Soccorso: l’incenerimento della zecca con la punta di un elettrobisturi in modalità Coagulazione. L’incenerimento dell’artropode è immediato e non possono che essere inceneriti al contempo gli eventuali batteri che lo contaminano. Ovviamente l’eletrobisturi deve essere attivato già prima che la punta tocchi la superficie dell’artropode e deve essere applicata sulla cute del paziente l’apposita piastra di sicurezza. Al termine della procedura residua una minuscola ulcera cutanea, che è ripulita dai residui carboniosi, è disinfettata e infine protetta con una pomata. Segue ovviamente la profilassi antibiotica.

Bibliografia

  1. De Boer R, Van Den Bogaard. Removal of attached nymphs and adults of Ixodes ricinus. J Med Entomol 30(4): 748, 1993.
  2. Sabiston. Textbook of Surgery. W.B. Sauders Company Ed.